Segnalazione: Hergàstiul. L'albero del mare di Ilaria Bellomo

TITOLO: Hergàstiul. L’albero del mare
AUTORE: Ilaria Bellomo
EDITORE: Selfpublishing
PREZZO CARTACEO: € 8,83
PREZZO EBOOK: € 0,99 (gratis fino a Pasqua e con Kindle Unlimited)
PAGINE: 217
GENERE: Urban Fantasy – Young Adult
DATA DI PUBBLICAZIONE: 10 maggio 2015
DOVE ACQUISTARLO: http://www.amazon.it


SINOSSI
Anche se abbandonarsi alle sue emozioni sembra essere la cosa giusta da fare in quel momento, Lizzie si ritrova intrappolata in una visione fuori dai confini della realtà. Vede la figura sfocata di un ragazzo contorcersi e i suoi occhi neri tenebrosi la scuotono a tal punto da fuggire ancora una volta dai suoi sentimenti per Eric. Quando subentra la notte, è scossa da vividi incubi che le fanno incontrare Karpò, colei che sarà la sua gnoma protettrice, la quale la condurrà nei meandri del passato, in cui si combatteva una battaglia per il potere del trono di Hergàstiul, la terra d’origine di Lizzie. Nel momento in cui il sogno svanisce e Lizzie si accorge che Karpò è ancora lì con lei, scatta il panico. Si crede pazza e cerca di fuggire, ma la curiosità di scoprire il più possibile su quegli occhi neri che l’hanno trafitta, è più forte. La magia della gnoma la rende consapevole del mondo in cui è nata, e per Lizzie ha inizio un nuovo scopo: scoprire perchè è stata costretta a vivere sulla terra, lontano dal suo pianeta natale. Scopre così di essere l’erede al trono e l’unica in grado di appropriarsi dell’albero del mare, un minerale molto potente che nelle mani di Màlcatraz, colui che ha ucciso il suo vero padre, può diventare pericoloso. Solo con le sette pietre entrate in possesso dei sette prescelti, l’albero può essere attivato, rivelando i suoi poteri. Lizzie è una di loro e tra i suoi compagni di viaggio incontra Kai, un tipo ambiguo e solitario che tende a nascondere la sua vera identità. Solo in seguito Lizzie capirà che entrambi sono la chiave del misterioso viaggio che li attende: il seme di un amore che non può sbocciare sarà il tormento più grande.

L’AUTRICE
Mi chiamo Ilaria. Sono laureata in pianoforte e sono un’insegnate (supplente per ora) di musica alle scuole medie. Nel tempo libero amo leggere e mi porto praticamente sempre dietro il mio kindle. Quando sono ispirata (il che capita non di rado ma solo in determinati momenti) scrivo. Ho molte idee in mente, ma al momento sto completando una storia che ho iniziato anni fa e che non vedo l’ora di finire. Mi sono avvicinata al mondo della scrittura perché, in primis, amo leggere. Ricordo che avevo undici anni quando comprai il mio primo libro. Ricordandomi del compleanno di mia madre, sono uscita per comprarle un regalo. Quando sono entrata in un negozio di articoli da regalo, c’era una sezione dedicata ai libri. Così ne ho preso uno (mi attirava sicuramente la copertina, era arancione fluorescente) ho letto la trama e l’ho acquistato. È stato il primo libro (da pseudo adulta) che ho letto e mi sono innamorata dello stile di Danielle Steele, l’autrice del libro. In generale, tuttavia, mia madre mi leggeva sempre tante storie da piccola e io amavo ascoltarla. Ho scritto molte bozze che non hanno mai visto la luce del sole. Questo per un solo motivo: mi sono concentrata solo su una saga fantasy, intitolata “Hergàstiul” che, in realtà, sto ancora scrivendo. Sono stati pubblicati solo i primi due libri e il terzo è in uscita. Direi che è la mia opera prima: al suo interno ci sono la me bambina, la ragazzina e l’adulta. In generale, la saga narra la storia di Lizzie, giovane erede al trono di Hergàstiul, un paese appartenente al pianeta Syumphoc. Lei crede di essere umana, ma Karpò, una simpatica gnoma, la informa della sua vera identità e, per questo, è costretta a trasferirsi a Syumphoc. Ciò può farlo grazie al Vortice Molecolare, una speciale formula combinata di vari gas che permette di scomporre le molecole e gli atomi di un individuo per farlo viaggiare nello spazio. Il primo libro della saga è “L’albero del mare”. Il secondo, invece, è “La vendetta delle Serfices”: nel primo capitolo sono presentate diversi tipi di creature sconosciute, tra cui le Serfices, delle sirene con una coda di drago, dei capelli intrecciati da piume di uccello e la pelle del tronco squamata dalla famosa “pelle di Serfices”, l’ingrediente magico che permette a tutte le creature del pianeta di praticare incantesimi. Il terzo libro lo sto ancora scrivendo e il titolo è in elaborazione. Il target a cui è rivolto il libro è sicuramente Young Adult, a cui possono facilmente avvicinarsi ragazzi dai 13 anni in su, amanti del genere fantasy a trecento sessanta gradi: all’interno della saga sono presenti incantesimi, creature magiche come gnomi e fate e il tutto è condito da una storia d’amore insolita che non si svilupperà nel primo capitolo della saga, lasciando il lettore in sospeso. La storia, narrata in terza persona, è ambientata nel nostro presente e dunque nell’epoca moderna, anche se, volutamente, non è specificato il luogo d’origine della protagonista né l’anno in cui sta vivendo. La particolarità del primo libro della saga è che ha, al suo interno, una sezione dedicata ad uno spartito per pianoforte, come una sorta di colonna sonora. La composizione musicale è prettamente collegata alla storia, poiché la protagonista sente più volte una melodia che la condurrà successivamente alla risoluzione dell’enigma finale. La composizione è originale e, pertanto, non copiata né edita.




ESTRATTO DEL LIBRO – SELEZIONE DI CAPITOLI

1.Presente e Passato
L'aria frizzante di fine settembre si intrufolò sotto i suoi vestiti, tanto da provocarle un brivido. Il sole stava tramontando e il parco non era molto illuminato, così gettò uno sguardo rapido ai cancelli, impaziente e nervosa. Non sapeva cosa sarebbe successo, ma lui glielo aveva fatto intuire. Si sistemò i capelli e fece un sospiro: cosa ci faceva lì? Si sentiva così fuori posto. Stava aspettando lui e lo aspettava da parecchio tempo. Forse da troppo. Per questo non si sentiva così elettrizzata come avrebbe dovuto? Mentre il suo flusso di coscienza continuava a scorrere, sentì un fruscìo alle sue spalle. Si voltò e lo vide, così bello e così impacciato lì in mezzo ai cespugli fioriti dove si erano dati appuntamento. Senza dire niente, lui avanzò piano verso di lei: poteva già sentire il suo profumo. Lizzie inspirò profondamente, lasciando che ogni fibra del suo corpo si riempisse di lui. Eric la guardò con quegli occhi che la facevano impazzire e lei si sentì ancora più nervosa quando le sue mani si posarono sui suoi capelli. “Io voglio solo quello che vuoi tu” le sussurrò in un orecchio. Lizzie si morse un labbro. Non ne era convinta e forse per questo doveva andare via. I suoi piedi, tuttavia, rimasero incollati dov'erano. Sollevò il suo sguardo verso quegli occhi nocciola, quegli occhi che le avevano trafitto la mente già dalla prima volta che li aveva incrociati, quattro anni fa. Gli anni di liceo erano volati e adesso che tutto era finito, era pronta per una nuova vita. Eric ne avrebbe fatto parte? Lui le prese la testa fra le mani e, dolcemente, la avvicinò a sé. Lizzie sentì ribollire la tensione nelle vene ed ebbe il violento impulso di staccarsi e correre via di lì al più presto, ma non lo fece. Si trattene ancora un po’ fra le sue braccia, mentre la sua mente lavorava frenetica. Ma, allora…era così? Era questo l’amore? Strano, lo immaginava di gran lunga diverso. Occhi luccicanti di lacrime, sospiri trattenuti e budella attorcigliate. Non sapeva perché, ma avvertiva qualcosa nell'aria, come se ci fosse qualcuno a rimproverarla per quello che stava facendo, qualcuno a dirle che quello non era il suo posto, perché quello non era amore. Sono solo paranoie, si disse decisa e stavolta, presa da una tenacia a lei sconosciuta, si gettò a capofitto tra le labbra di Eric che, in un misto di stupore e felicità, apprezzò ugualmente il gesto. Solo dopo pochi secondi, lei si rese conto che realmente qualcosa non andava. Aprì gli occhi e lo vide. Si contorceva affannosamente e soffriva: sentiva le sue urla che lo avvolgevano, ricoprendolo di aria vaporosa, tant'è che inizialmente appariva come l’immagine di un vago ricordo. Cercò di avvicinarsi per aiutarlo, pur non sapendo chi fosse. Lui, come se l’avesse vista solo in quel momento, alzò lo sguardo vitreo sugli occhi di Lizzie e scomparve. Eric la mollò all’istante. Lizzie strabuzzò gli occhi e si guardò intorno, spaventata. Scrutò il pavimento dietro Eric, per scorgere la figura maschile accovacciata e urlante di dolore, ma vide solo una fontana che perdeva acqua e un gatto nero che sgranocchiava i resti di un uccello morto. Confusa e smarrita, si portò una mano alla testa e strizzò gli occhi. Era come se niente di quello che aveva appena visto fosse accaduto realmente. Guardò un’ultima volta gli occhi di Eric, tristi e delusi, e poi se ne andò, correndo.
Kai si sollevò da terra. Si guardò intorno, come temendo che qualcuno avesse visto quello che era appena successo e adesso lo stesse deridendo. Con grande sollievo, si accorse che non c’era nessuno. Che sciocco che era stato a pensarlo, quella era la sua camera, protetta da un’infinità di sortilegi, poiché suo padre era un alto funzionario dello stato, e quindi nessuno poteva averlo visto. Si sedette piano sul bordo del suo letto a baldacchino, e il mobilio cigolò sinistro sotto il suo peso. Dopotutto, quel castello era stato abitato da tutti i suoi antenati e le vecchie cose incantate cominciavano a perdere la loro autenticità e bellezza, come era successo a quella branda. Scacciò dalla mente il pensiero dei suoi progenitori e spostò il suo sguardo nello specchio proprio di fronte a lui. I suoi occhi, profondi e scuri, gli restituirono lo sguardo fiero e orgoglioso tipico della sua portatura. Perché era finito sul pavimento? Ricordava solo di aver provato una fitta lancinante al petto e di non essere più riuscito a tenersi in piedi. Poi credeva di essere stato chiamato da qualcuno e a quel punto aveva sollevato lo sguardo. Dopo di ché, il tutto era scomparso e non sapeva per quanto tempo fosse rimasto sdraiato per terra. Anche se tutto ciò non sapeva spiegarselo, il pensiero di riferirlo a qualcuno era da considerarsi inaccettabile. E, anche se avesse voluto confidarlo a qualcuno, cos’è che avrebbe detto? Che era finito per terra così, senza un motivo? Lo avrebbero preso per pazzo… o no? Frugò disperatamente nei suoi ricordi, alla ricerca di qualcosa che lo facesse sentire invulnerabile com’era stato sempre, prima di quel momento. “…Gli animi nobili e puri come noi non devono farsi contaminare dall’amore. Sarebbe un enorme disonore se la dinastia delle comete nere finisse così in basso”. No. Impossibile. Impossibile che lui fosse innamorato. Impossibile, perché era…assurdo. Lui, impossessato dal sortilegio dei deboli? No, non poteva essere. E se anche lo fosse stato, non avrebbe dovuto saperlo nessuno, o i suoi genitori sarebbero stati capaci di diseredarlo dalla dinastia delle comete nere. E lui voleva continuare ad essere una cometa nera, perché ne era orgoglioso, era orgoglioso di non essere debole. Spostò lo sguardo sul ritratto dei suoi genitori, appena sposati, appeso sopra la mensola dei libri: la loro espressione era truce, sormontata però da sorrisetti boriosi che esprimevano sinceramente la loro scelta, non fatta da costrizioni o da inutili smancerie amorose, ma da semplice e utile buonsenso. Il sonno prese il sopravvento su di lei, facendola sprofondare in un sonno travagliato. Camminava per il parco con Eric e lui voleva ancora baciarla. Come nella realtà, però, ecco che quello sguardo scuro tornava a tormentarla. Quegli impenetrabili occhi neri che la supplicavano di smettere. Si svegliò di scatto, col fiatone, accorgendosi che era coricata scompostamente sul suo letto, ma era sicura di essere ancora nel sogno… o almeno così credeva. Adesso si trovava in cima ad una torre, circondata da milioni di persone, ma sembravano tutte guardare una coppia di uomini disposti l’uno di fronte all’altro. L’uomo biondo a destra era molto famoso, poiché parecchie persone lo additavano chiamandolo Primus, mentre l’altro uomo, sembrava essere poco accettato. Primus fissò il suo avversario. Gli occhi ridotti a fessure, il volto contratto dalla rabbia. “Restituiscimi mia figlia. Non voglio combattere, Màlcatraz” disse Primus. Il popolo attorno a lui emise un gemito impaurito. “Ma come?” rise Màlcatraz e il ghigno sulle sue labbra si accentuò ancora di più. “È uno dei tuoi soliti scherzi?” “Signore…” una vocina sottile si accostò all’orecchio di Primus: lui sussultò, poiché assorto in quel silenzio carico di tensione.
“Che c’è Karpò?” Una gnoma dai capelli rossi fiammeggianti, indietreggiò intimidita dal tono austero del suo padrone; poi, in un impeto di coraggio, gli fece cenno di avvicinarsi. “Signore…cosa sta dicendo? Pensi a sua figlia!” “Ho la faccenda sotto controllo, Karpò, fidati”. Primus la guardò un’ultima volta, cercando di darle sicurezza, prima di tornare a fissare Màlcatraz. “Non voglio che i miei abitanti siano in pericolo a causa tua” continuò Primus. Il suo tono piatto dimostrava la fermezza con cui stava affrontando la situazione. “I tuoi abitanti sono anche i miei, ricordi? Metà sta dalla mia parte, l’altra metà spetta a te”. “Sono creature come noi, non hai diritto di paragonarli a regni!” “Il popolo non c’entra niente. La disputa è tra noi due, adesso” annunciò Màlcatraz, sfoderando una spada. “Cosa vuoi fare? Uccidermi per impadronirti del Corallo? Non ti porteranno nulla ricchezza e potere, se prima non conquisterai la fedeltà del tuo popolo, restituendo l’energia a questo pianeta!” il grido furibondo di Primus squarciò il silenzio della notte, facendo stridere alcuni corvi svolazzanti. “Dopo stanotte, vedremo chi sarà all’altezza di possedere il potere supremo del Corallo e di meritarsi la fiducia del regno di Hergàstiul”. Màlcatraz piegò le labbra in un sorriso soddisfatto, e si inchinò, pronto a cominciare il duello. “Voglio mia figlia, prima” ordinò sprezzante Primus, impugnando anch’egli una spada costellata di rubini. Màlcatraz rise forte, ma alla vista dell’arma, i suoi lineamenti scavati vennero deformati dalla rabbia. Evidentemente era sorpreso di vederla e qualcosa nel suo sguardo si incendiò. Lizzie si svegliò nuovamente. Si mise a sedere: cosa le stava succedendo? Cos’era quel sogno? Rimase con la fronte aggrottata per un minuto, ripensando a tutto quello che aveva vissuto; stranamente, ricordava tutti i particolari di quell’incubo, cosa che non era mai accaduta. Accese la luce dell’abat-jour e gettò un grido agghiacciante. “Sta zitta!” sbottò Karpò infastidita, minacciandola con il suo dito indice bitorzoluto. Lizzie continuò a strillare, cominciando a saltare sul letto, tenendosi ben lontana da quella che, se non era diventata pazza, somigliava molto ad una bambola di porcellana parlante. “Urla quanto vuoi, tanto non ti sente nessuno!” cantilenò la gnoma, scoppiando in una risata. “VIA!” la scacciò Lizzie, sgranando gli occhi e cominciando a sudare copiosamente. Non avrebbe più mangiato peperonata prima di andare a dormire. Lo giurò a sè stessa. Karpò la squadrò furibonda: “Smetti di agitare le braccia, mi fa innervosire”. La ragazza scese dal letto e ignorò la gnoma, guardando da tutt'altra parte e bevendo un sorso d'acqua. Fece un respiro profondo e si avviò verso la porta della sua camera. Nel momento in cui la sua mano poggiò la maniglia e l'abbassò per fare scattare la serratura, i suoi occhi ancora dormienti si spalancarono. Il cuore cominciò a martellare forte e la sua mente si interrogò sulle possibilità che aveva una porta di chiudersi inspiegabilmente a chiave da sola. "Che assurdità! Non si è chiusa a chiave da sola. L'ho chiusa io!" La vocetta stridula che aveva sentito nel suo sogno, risuonò nel piccolo abitacolo della sua camera. Lizzie riprese a urlare, senza voltarsi, troppo spaventata per comprendere a pieno che non stava più sognando. "Non ti sente nessuno, vuoi capirlo o no?" la gnoma la raggiunse e le toccò un lembo del pigiama, come se fosse una bambina in attesa di essere presa in braccio.
"Non toccarmi! VATTENE!" “Non posso!" replicò Karpò, roteando gli occhi infastidita. "Devo rimanere con te! Stai calma che ti spiego tutto. Ti prego ascoltami: non stai sognando… è essenziale che tu capisca. Vuoi che quest’incubo finisca al più presto vero?” Si guardarono negli occhi: l’azzurro cristallino della gnoma divenne di colpo rosso fuoco. Qquell'iride infiammata la tranquillizzò all’istante. Deglutì lentamente quel poco di saliva che le era rimasta, per quanto asciutta e insapore fosse diventata la sua bocca,e poi disse: “Aiutami”. “Lo farò. Ora però dobbiamo partire. Sei pronta?” La gnoma le tese una mano piccola e raggrinzita. Lizzie la guardò inorridita, ma alla fine l’afferrò. “Dove and…?” “A Hergàstiul”.

5. Le pietre
Kai si contorceva disperatamente sul suo letto, che scricchiolava esageratamente. Dopo avere scoperto tutto su quello che doveva fare per sconfiggere Màlcatraz, era ritornato a casa con suo padre, in attesa di una nuova chiamata da parte della regina. In quei pochi giorni non aveva fatto altro che pensare al Corallo. Voleva saperne di più e lo avrebbe scoperto, se il dolore non avesse smesso di invadere il suo petto. Di nuovo quel tormento, era tornato. Il dolore d’Amore. Continuava a chiedersi come fosse possibile tutto ciò. Se fosse durato ancora per molto, non sarebbe riuscito più a fingere di star bene e qualcuno si sarebbe accorto che qualcosa non andava. Magari sarebbe caduto dal letto, come una volta era successo e qualcuno sarebbe entrato nella sua stanza per assicurarsi che il rumore fosse solo un rumore. No. C’erano tutti i suoi zii di là, non poteva farsi sorprendere in quello stato. Si mise a sedere e finalmente, il dolore cessò, lasciandogli in bocca un estenuante senso di nausea. Qualcuno bussò alla porta. Kai si voltò di scatto, il suo braccio circondato dalla pelle azzurra di Serfices puntato verso la porta. “Chi è?” sussurrò alla pelle. Essa tremò, e tutto divenne trasparente. Kai potè vedere il riflesso di sua sorella attraverso l’incantesimo e così lo interruppe, andandole ad aprire. “Che vuoi?” sbottò, squadrandola da capo a piedi. Erano identici: stessi capelli neri, stessi occhi neri, stessa altezza, stessa espressione, stesso pallore argenteo. “Niente” rispose Rowena. “Solo dirti che noi stiamo uscendo. Andiamo a Budzarth, nostro Padre deve sbrigare alcune faccende che ci riguardano. Mamma e gli zii invece vanno a trovare dei cugini. Tu che hai intenzione di fare?” Rowena lo guardò con un cipiglio accusatorio e le sue mani ai fianchi accentuavano il disprezzo della sua portatura. “Io rimango a casa” disse piatto Kai e così fece per chiudere la porta, ma la sua gemella intrufolò un piede per impedirglielo. “Kai, che ti succede?” gli chiese, in tono severo. “Stai sempre chiuso in camera tua. Nostra madre è preoccupata. Lo vedo dai suoi occhi. Da come guardano la tua sedia, vuota da giorni, quando ci riuniamo per il pranzo”. “Davvero, è preoccupata? Perché non viene a dirmelo in faccia, invece di continuare a fare finta di niente?” Si osservarono in silenzio per un attimo, i loro sguardi combattevano una battaglia d’orgoglio. “Lasciatemi in pace” sbottò Kai, sbattendole la porta in faccia. Aspettò di sentire il portone del castello chiudersi e il cancello cigolare, prima di uscire dalla sua camera, diretto verso la biblioteca di famiglia. Salì tre rampe di scale prima di arrivare all’ultima porta del corridoio. Entrò e osservò stupefatto le file di scaffali stracolme di libri, piume colorate e arnesi come boccette piene di liquidi tinteggiati o pietre e statuette di varie forme e dimensioni. Non ci entrava da quasi sei anni perché, avendo terminato gli studi a dieci anni con i suoi insegnanti privati, il suo passatempo era diventato lo sci d’acqua; si divertiva a praticarlo ad insaputa dei suoi genitori, nel lago di Crollingway. Ma questa era una questione inutile in quel momento. Attraversò i primi ripiani stracolmi di libri correndo, mentre qualcosa di simile all’adrenalina si insinuava nelle sue vene e lo conduceva nell’ampio reparto dedicato ai sortilegi oscuri. Fece scorrere molte volte l’indice sul bordo dei libri, senza trovare granché di interessante. Aveva provato a sfogliare “Nascita del male” o “Sortilegi perduti”, ma nessuno di loro parlava degli effetti dell’Amore o di come guarire da esso. Trascorse ancora mezz’ora lì dentro, cercando disperatamente qualcosa che avesse a che fare con il dolore che lo sopraggiungeva, ma niente sembrava spiegare le origini del suo male, né tanto meno come sconfiggerlo. Così si diresse verso la camera dei suoi genitori: lì poteva trovare anche solo una minima conferma di ciò che l’affliggeva. Frugò nel cassettone di suo padre e col cuore in gola la trovò: la “Scheda familiare di malattie mortali”, una carpetta che recava il timbro fedele della Dinastia delle Comete Nere. La prese e si convinse a ritirarsi nuovamente nella sua camera per esaminarla attentamente, prima del ritorno dei suoi. Non voleva destare inutili sospetti. Era un suo problema e nessuno mai avrebbe dovuto scoprirlo. […]

13. Il Libro delle Creature
Stretti per mano, i prescelti atterrarono con violenza al centro della vasta sala d'ingresso del castello. Tutto taceva, la stanza era completamente vuota, come se fossero appena usciti dal maestoso portone. Era possibile che nessuno si fosse accorto che si erano teletrasportati nella seconda foresta? E gli gnomi? Non erano lì ad aspettarli. "Karpò!" chiamò Lizzie. Attese pochi secondi, ma la sua gnoma non comparve. "Strano! Di solito quando li chiami, arrivano in picchiata" commentò Steve. E, in effetti, era alquanto strano che non fossero lì intorno a vociferare. “Liz…cos’hai al collo?” Lei si portò una mano al collo, istintivamente. Scoprì di avere un laccio e un ciondolo voluminoso appeso. Era simile ad un cristallo a forma di goccia. “Non è mio!” si giustificò Lizzie e fece per toglierselo. “Santo cielo!” esplose Eloise, portandosi una mano alla bocca. Meravigliata si avvicinò a Kai e prese fra le mani il suo ciondolo. Lo stesso che aveva appena scoperto di avere Lizzie. “Cos’è?” chiese Steve sospettoso. Non era il caso che Kai regalasse gioielli a Lizzie. “Sembra un AmorProprio” rispose Mairin. Anche Jeannie si avvicinò per osservare da vicino il cristallo. “Sì lo è” confermò la tresdil. “Mia nonna e mio nonno ne hanno ricevuto uno il giorno del loro matrimonio. Sono estremamente rari, vengono forgiati dalle farfalle, dice la leggenda”. "Io conoscevo un'altra storia, veramente" s'inserì Mairin, corrugando la fronte ed osservando ansiosa i due ciondoli. “E come mai li hanno al collo solo loro?” sbottò Eloise, ignorando le supposizioni delle due ragazze. “Vengono donati in circostanze speciali” spiegò Mairin. “E solo a chi…insomma, a chi si ama” concluse Jeannie, scettica. “Deve esserci un errore!” fece Steve. Cercò di slegare il laccio della collana di Lizzie. Lei, però, aveva già provato a slacciarlo, senza riuscirci. Kai, in preda al panico, cominciò a sussurrare formule di incantesimi per togliersi l’AmorProprio. Con uno di questi tentò quasi di strozzarsi. Mezz’ora dopo, quando si arrese, aveva il collo segnato dal laccio della collana e un’espressione sconfitta. Lizzie nel frattempo aveva raccontato agli altri ciò che era accaduto, cercando di non pensare al talismano di cristallo che aveva ricevuto in dono. “Chi non brama il potere è il padrone della pietra rossa” ripeté fra sé Mairin. “Esatto” confermò Lizzie, “questo è l’unico indizio che abbiamo recuperato”. “Suppongo che ciò che ha donato la Radura in cambio, siano stati gli AmorProprio” intervenne Naira, sollevando nuovamente il mistero dei ciondoli apparsi dal nulla.
“Sì, ma non concentriamoci su questo!” scattò Steve, furioso. “Pensiamo piuttosto a tutta la polvere di farfalla che hanno recuperato i protagonisti della visione. Loro hanno il potere di trasformare la natura, di modellarla a loro piacimento, addirittura di ingannarla. Il Corallo è più vicino a loro che a noi. Con la polvere di farfalla hanno potuto creare l’illusione del fiume”. Ma Lizzie quasi non ascoltava più. Le congetture dei suoi compagni non destavano il suo interesse. Il suo sguardo era perso nel vuoto, lontano dal suo castello, in quella radura erbosa immersa di farfalle. Il suo sguardo era perso in quell’intimo, in quell’infinitesimale istante in cui aveva abbracciato quel ragazzo che adesso stava fissando il suo pugnale. Con gesto netto, lui infilò la lama sul laccio e tirò forte. Il suo cuore, come quello di Lizzie, smise per un lungo attimo di battere. Kai sollevò il suo sguardo a guardarla. Dovevo farlo. Mi dispiace. E anche se aveva sentito quelle parole pensate da Kai, Lizzie si rifiutò di concepirle. Si alzò e, ignorando gli altri, si avviò a grandi passi verso il castello, cercando di ricacciare indietro quelle lacrime che sapevano ancora di fiori. * Come poteva essere accaduto? Lui non aveva mai visto Lizzie, prima che fosse riportata ad Hergàstiul. Non sapeva nemmeno della sua esistenza, prima che suo padre lo conducesse a castello per quei campioni chirurgicamente prelevati dal suo corpo. Come se, da sempre, lui avesse dovuto incontrarla. Come se, da sempre, avrebbe dovuto incrociare i suoi occhi magici e tristi allo stesso tempo. Come se, da sempre, avrebbe dovuto solo amarla. Battè forte un pugno sul suo letto, provocando un buco e facendone fuoriuscire quantità immense di piume bianche. Aveva sottovalutato il suo problema, da quando aveva scoperto l’oggetto del suo amore: lei, Elisabeth, l’erede al trono. Una Roxis che presto sarebbe diventata l’herbefixil dei suoi sogni. Se solo avesse potuto contenere l'emozione appagante che lo assaliva ogni volta che lei lo toccava, sarebbe stato tutto più semplice. Se solo avesse potuto trattenere la voglia di saltarle addosso e divorarla ogni volta che lo fissava, forse avrebbe potuto trovare un'altra soluzione. Spazzò via quei pensieri, per concentrarsi nuovamente sul suo problema: eliminare l’amore. Aveva letto la clausola dell’incantesimo, conosceva gli elementi che doveva procurarsi. Fatto ciò, doveva solo cercare il Libro delle Creature, per svolgere l’incanto. Prima che la morte lo sopraggiungesse. Nascose l’AmorProprio sotto il cuscino e uscì a cercare Eloise. I Sapienti avevano concesso ai Prescelti un weekend libero e ognuno di loro godeva del proprio meritato riposo. La regina Arphìa era fuori sede e gli gnomi si stavano occupando del giardino reale. I Prescelti, dopo il ritorno dalla seconda missione, avevano concordato di riferire l’accaduto agli gnomi e alla regina, facendo un’eccezione sull’apparizione degli AmorProprio. “Sono oggetti con poteri infiniti e quasi proibiti per la loro rarità. Come le Pergamene Scrivicomunicaconlaldilà, potrebbero essere stati messi al bando” convenne Jeannie, quella stessa sera. Così, nessuno a parte loro, sapeva dei talismani. Lizzie riusciva a nasconderlo, poiché Steve, grazie alla sua pietra, lo rendeva quotidianamente invisibile. Non aveva voluto toglierlo con l’aiuto del pugnale corallino, non per una ragione in particolare, ma semplicemente perché riteneva di doverlo avere sempre con sé. Sentiva dentro che in un modo o nell’altro, il talismano avrebbe potuto esserle utile. Kai vide che Eloise era con lei, seduta sulla riva del lago dove, qualche settimana fa si era reso conto di amarla. Cauto si avvicinò, cercando le parole giuste da dire. Non parlava più con Lizzie da giorni e neanche volgeva lo sguardo verso di lei. Si comportava come se non ci fosse e ciò irritava a morte la ragazza. “Eloise” cominciò Kai, prendendo a raccolta i suoi modi più gentili e rispettosi. “Avrei bisogno di un libro. Potresti, ehm...farmelo avere?” “Di che libro si tratta?” domandò lei, lo sguardo fisso su un manuale molto invecchiato. “È…è il Libro delle Creature” rispose Kai. Il talismano al petto di Lizzie vibrò, ma nessuno se ne accorse poiché era invisibile. Lei, tuttavia, sentiva il suo peso in ogni istante e quasi sussultando si portò una mano al collo. Kai parve notarlo. “Dov’è il tuo AmorProprio?” chiese con tono autoritario. Lizzie s’infastidì: chi credeva di essere rivolgendosi con così tanta arroganza?! “Non credo siano affari tuoi” rispose Lizzie, fissandolo con indifferenza. Aveva smesso di parlarle da giorni e non intendeva fargli credere che ne soffriva. Lui non ribattè e si voltò nuovamente verso Eloise. “Allora?” il suo tono ritornò flebile e gentile. La ragazza strinse la sua pietra azzurrina e formulò qualcosa sottovoce. Dal nulla, apparve un enorme armadio diviso da scompartimenti polverosi, stracarico di volumi e vecchi libri. “Credo si trovi lì in mezzo” sospirò Eloise, come se avesse fatto chissà quanta fatica a trasportare quello scaffale da sola davanti a loro. “Divertiti a cercare! Ah, e avvertimi quando avrai finito. Devo riportarlo indietro entro stasera” ridendo, prese sottobraccio Lizzie e la trascinò via da lui. Kai la vide allontanarsi con la coda dell’occhio. Schiacciò con un dito la goccia di cristallo infilata nella sua tasca e chiuse gli occhi. Come poteva farle capire che non era quello che lui voleva? Che sciocco. Lei mai, mai avrebbe saputo che lui l’amava. Perché la voglia di vivere era più forte di quella di morire. Lasciò andare il tessuto dei suoi pantaloni e si fiondò nella ricerca del Libro delle Creature, la sola, l’unica speranza che gli rimaneva. Quella notte stessa sarebbe partito per la ricerca dei più semplici materiali. Per il rito della Cancellazione occorrevano: -100 foglie verdi raccolte all’ombra di una quercia. Il numero 100, da sempre indicato come il numero perfetto, rimanda al tetrakys, un triangolo equilatero. Ogni livello corrisponde ad uno dei quattro elementi considerati cosmogonici. Il primo indica il Fuoco, il secondo l'Aria, il terzo l'Acqua e il quarto la Terra. Pensò per un’istante a Rowena, nata nel giorno 100, dall’inizio dell’anno. Per questo motivo era una Cosmogonica, capace di controllare i quattro elementi naturali. Continuò a leggere, attento: Le foglie inoltre, devono essere verdi, per sottolineare l’attaccamento alla vita in contrasto con l’ombra che le avvolge. La quercia, da sempre l’emblema della forza, costituiva il simbolo sacro dei popoli antichi, di fronte alla quale tutte le maledizioni possono essere estirpate. -2 castagne. Il numero 2 è il primo numero pari dopo l’1 ed è il primo numero che spezza l’Unità. Per una cometa nera nulla è più importante del Sé, unico e solitario. Le castagne sono dei frutti speciali: racchiuse nei loro gusci spinosi e protettivi, sono uno dei cibi più nutrienti che si conservano a lungo. Il dualismo dell’amore tra una cometa nera e una creatura di un’altra stirpe, è simboleggiato dal frutto contenuto nel riccio. Per quanto resistente e dura, la buccia delle castagne contiene un frutto che è poco invitante da mangiare, ma che una volta assaggiato si rivela essere nutriente e dolce. L’incontrastata natura dell’amore riflette la simbologia di questo frutto che, pur intrappolato nella sua corazza di ricci, riesce a crescere bello e sano. -36 margherite. In questo libro non si fa riferimento al numero dei fiori in questione. Si azzardano delle ipotesi sul numero 36: il simbolo di questo numero è il tradimento, sentimento che molte volte accompagna l’Amore. È abbinato alla ricerca delle margherite per due principali motivi: le fate da sempre si accostano a questo fiore semplice, il quale cresce con facilità in una varietà di climi e ambienti che gli consentono di sopravvivere anche con poche ore di luce solare. Anticamente le creature femmine si univano pubblicamente al loro Amato, quando gli concedevano il permesso di ornare il loro scudo con delle margherite. Altre volte questo fiore è stato maltrattato dai terrestri, al fine di interrogarlo sui sentimenti altrui. Le creature di Syumphoc, fin dalle origini odiavano strapparne i petali, ma in circostanze eguali, si ornavano il capo con gli stessi. Per codesti motivi, le margherite simboleggiano l’insicurezza dell’Amore. -Un raggio di luce solare riflesso su un fiume. Il Sole, considerato il centro della vita, è l’alleato fondamentale per questo sortilegio. La sua luce sconfigge le tenebre e allo stesso tempo rinforza l’ordine naturale delle cose. Il destino di una cometa nera non è segnato dall’Amore: un solo riflesso di sole, riesce a rischiarare la mente della creatura affinchè sia purificata (dall’acqua del fiume) da tale emozione. IL SOLO E UNICO MODO PER RECUPERARE TALE RAGGIO AVVIENE IN PRESENZA DI UN AMORPROPRIO. Kai sospirò, quasi sollevato, ma al tempo stesso combattuto. Il dolore al petto cominciò a saltellare da un punto all’altro; forse, l’Amore, questa strana sensazione, cominciava ad avvertire la sua fine? Inghiottì piano la poca saliva che gli era rimasta in bocca. Ciò gli tormentava l’anima in modo sconfinato. Si prese la testa fra le mani. Anche il solo pensiero di allontanarsi da lei, lo faceva soffrire. L’aveva osservata a lungo. Era il tipico esempio di creatura che avrebbe voluto al suo fianco, se solo non l’avesse amata. Il suo sorriso s’impadroniva del cielo e i suoi modi gentili riempivano l’aria di armonia. La sua infinita dolcezza nel pronunciare gli incantesimi e la sua tenacia durante gli allenamenti, lo facevano letteralmente impazzire e fremere. Lei si era accorta che lui la osservava. Sapeva, dentro di sé, ciò che lui provava? Non l’avrebbe mai saputo. Desiderava stringerla, ma al tempo stesso sapeva che morire d’Amore sarebbe stato un disonore troppo grande per la sua famiglia. Perfino adesso, che stava combattendo contro un suo parente di sangue, percepiva quanto fosse atroce invertire l’ordine naturale delle cose. Se si fosse inavvertitamente trovato faccia a faccia con Màlcatraz per proteggere Lizzie, lei, la donna che amava, cosa avrebbe fatto? Se solo avesse ucciso suo zio, sarebbe stato per sempre privato della cosa più importante della sua vita se non addirittura di essa. Al tempo stesso, se avesse continuato ad amare Lizzie, sarebbe morto. Si accorse di non avere via d’uscita e cominciò a sudare freddo. Si asciugò la fronte e la bocca, cercando di concentrarsi sulla lettura finale del rito. -Un capello dell’Amata, per identificarne la vera natura. -Una ciglia dell’Amata, affinché i suoi occhi non rivelino Amore. -Un bacio.

14.Il sortilegio della cancellazione
Con il passare dei giorni alla MadreBlu, il ricordo terrificante del falso fiume, si era dissolto nei pensieri di Lizzie. L’unico vero mistero sembrava essere la frase comparsa nella roccia e il ritrovamento dei due talismani. Dal momento che avevano deciso di tenere nascosto l’ultimo particolare alla regina e agli gnomi, i Prescelti si ritrovarono a dover parlare a bassa voce. “Non ho trovato nulla che riporti al Corallo e che includa anche gli AmorProprio” si lamentò Eloise, facendo spuntare libri dappertutto. “Magari l’hanno ricevuto per sbaglio” azzardò Steve, speranzoso. “No” obiettò Jeannie, “Si tratta di pietre molto potenti. Non commettono errori, è come se qualcuno o qualcosa avesse scelto solo Lizzie e Kai. Loro hanno scoperto la radura”. “Non capisco” s’inserì Lizzie. “Voglio dire, è come se solo voi due foste destinati a scoprire la verità sulle farfalle di quel luogo” chiarì Jeannie, ma anche Eloise era poco convinta. Arrivati da poco, Kai e Mairin scherzavano allegramente. Lei teneva in mano un foglio consunto e stropicciato e Kai sorreggeva un grosso libro. “Non capisco perché tu voglia fare una ricerca approfondita su tutti gli alberi di Hergàstiul” proferì Mairin. “Semplicemente sto cercando di informarmi su quali tipi di legno il pugnale riesce a tagliare più rapidamente”. La risposta non convinse Mairin, che sbottò nuovamente a ridere. “La tua fama da scavezzacollo ti ha preceduto, Kai. Dimmi la verità…” Lui parve sentirsi scoperto, ma si riprese quasi subito: “D’accordo. Sto cercando un giardino intimo, molto intimo, dove portare una ragazza. Sai, sto scegliendo con cura il posto…voglio che sia molto romantico” e così dicendo, con fare altezzoso, le strizzò un occhio. Lei squittì in modo fanciullesco, cosa alquanto strana per la sua personalità, sempre molto altezzosa e concentrata in quello che faceva. La sua bellezza era sfavillante quando era in presenza di Kai (cosa che negli ultimi giorni si era ripetuta diverse volte). A quanto pare, la sua attenzione nei suoi confronti, l’aveva fatta svalvolare. Gli mostrò, infatti, nel foglio strappato che aveva in mano, dei luoghi che contenevano pinete, con annesse spiegazioni sul tipo di corteccia e sull’età di ogni singolo albero. Anche i comportamenti di Kai erano cambiati. Dopo la missione era sempre molto indaffarato; lo si vedeva molto spesso con il solito libro in mano e parecchi arnesi al suo seguito che gli trotterellavano accanto. Lizzie aveva intravisto un luccichio innaturale provenire dalla sua tasca in quei giorni e anche adesso che lo guardava, lo notò. Che fosse il suo AmorProprio? Eppure il suo non brillava. Se lo rigirò fra le mani, in uno dei rari momenti in cui non era trasparente. Steve lo notò e subito disse: “Oh scusa, Liz. Stamattina l’ho dimenticato” le accarezzò una guancia e le sorrise. “No, tranquillo Stevie. Oggi Karpò non è in giro. Lascialo visibile, mi piace guardarlo”. L’espressione di Kai, che aveva assistito a quella leziosa conversazione, s’indurì di colpo. Naira, infastidita, incrociò le braccia e sbruffò. “Insomma, sei qui da quanto? Sei mesi? E ancora non sai rendere invisibile uno stupido ciondolo! Non saprai mai cavartela da sola se continui a farti servire e riverire dagli altri!” Il viso violaceo di Naira divenne verde di rabbia, il che aumentava la difficoltà nel guardarla direttamente negli occhi senza impressionarsi. Colpita da quell’affermazione infondata, Lizzie si mortificò. Aveva sentito già nei suoi pensieri l’astio di Naira nei suoi confronti, ma sapeva che era provocato solo dalla sua gelosia. Non voleva creare tensioni nel gruppo. “Hai ragione, scusa Naira. Vorrà dire che imparerò da sola” convenne Lizzie e, poiché era a pochi centimetri da Steve, si spostò cautamente di almeno un metro. La Riviolones parve sorpresa dalla reazione di Lizzie. Steve, da parte sua, farfugliò che per lui non era un problema aiutare Lizzie, ma questo fece innervosire Naira ancora di più. Così Lizzie si alzò e si allontanò dal gruppo, intento ancora a discutere. Certa che il suo prossimo obiettivo sarebbe stato imparare a rendere trasparenti gli oggetti, si immerse nella lettura di un libricino che le aveva dato Eloise: Le leggende degli AmorProprio. Aprì a pagina 2 e cominciò a leggere la prima storia: “Molti anni or sono, in una cittadella dispersa del regno di Hergàstiul chiamata Sik, viveva un’antica famiglia di gemmologhi. I suoi componenti conoscevano una vasta gamma di pietre preziose e sapevano riconoscerne i poteri e le proprietà; ciò li rese, nel corso dei secoli, molto ricchi. Un giorno, il figlio del gemmologo, uscì per andare a scavare in una miniera non molto lontana dalla sua dimora. Il ragazzo aveva molto talento ma, ahimè, fare l’incastonatore di pietre non era la sua vera passione. Camminando, dopo qualche isolato, incontrò una bellissima fata, così aggraziata nei movimenti da innamorarsene perdutamente fin dal primo istante. Al suo ritorno, non portò nessuna gemma al padre, dicendo di aver cercato per ore senza però trovare nient’altro che terra. Il giorno dopo e nei mesi successivi, il figlio continuò a recarsi alla miniera solo per incontrare la fata e per amarla segretamente. Lui non voleva che l’amata sapesse di chi era figlio, altrimenti si sarebbe interessata soltanto alle pietre preziose della sua famiglia. Così cominciò a mentirle riguardo le sue origini e a costruire sconfinate storie sui suoi antenati, edificando un’immagine di sé diversa dalla quella reale. Una sera, il figlio non rincasò alla stessa ora, così il padre disperato si recò alla miniera per cercarlo. Il cuore gli faceva male sapendolo lì fuori da un giorno, senza acqua né cibo e in preda ai saccheggiatori: tutti in città sapevano che era il figlio del gemmologo e avrebbero potuto approfittarne. Invece, inoltrandosi ancora di più nella buia caverna, lo trovò, fra le braccia della fata. Entrambi si sussurravano parole d’amore dolcissime: niente al mondo li avrebbe mai potuti separare. Il padre, furioso, irruppe nell’isolata culla d’amore dei due amanti, rivelando la vera identità del figlio e rimproverandolo per la mancanza di rispetto per il suo lavoro. “Perché mi hai mentito?” singhiozzò la fata, “Non ti sei fidato di me! Questo significa che non mi hai mai amata veramente!” e così stravolta volò via, lasciando per sempre il suo unico e vero amore. Tornati a casa, padre e figlio non si scambiarono alcuna parola per giorni. Solo dopo due o tre settimane il padre, inteneritosi davanti alle lacrime ininterrotte del figlio, che più non mangiava, né beveva, né parlava, decise di perdonarlo. Il figlio, però era divenuto debole e malato, a causa di tutti quei pianti addolorati e rischiava di morire di spasimi. Suo padre, da abile creatura magica e gemmologo quale era, raccolse dentro una boccetta alcune delle sue lacrime limpide e sentite, unendole in un composto formato da puro cristallo. Lo intinse nel lago magico del suo giardino e da quell’impasto forgiò una pietra a forma di goccia. La donò al figlio dicendo: “Tieni figliolo. La goccia della tua anima è racchiusa qui dentro. Non piangere più, poiché le tue lacrime sono il frutto del tuo amore”. Questi, prendendola in mano, la strinse forte, e desiderando con tutto sé stesso di ritrovare la sua fata, si addormentò in pace. Il giorno dopo fu risvegliato da una dolce melodia: la stessa che la sua amata gli cantava in quei momenti trascorsi alla miniera. Aprì gli occhi e, accanto a lui, vide la sua fata. Lei soffiò nelle sue mani: da queste si schiusero le ali di una farfalla. Essa stringeva la stessa gemma che aveva forgiato il padre, quella pietra fino ad oggi chiamata “AmorProprio” che aveva immensi poteri, tra cui quello unico e inimitabile di unire gli innamorati per l’eternità”. Lizzie si asciugò gli occhi lucidi, chiudendo il fascicoletto. Era un’intramontabile romantica, questo non lo poteva negare. Nonostante la storia sulle origini della pietra appesa al suo collo spiegasse perché si chiamasse AmorProprio, non riusciva ancora a comprendere perchè fosse stata proprio lei a riceverla. D’altronde, né lei, né Kai erano innamorati. Su questo era, assolutamente e indiscutibilmente, certa. O quasi. * Recuperati i pegni naturali che il sortilegio della Cancellazione richiedeva, Kai si rinchiuse in camera sua. Lei non doveva intercettare i suoi pensieri o tutti i suoi sforzi sarebbero stati nulli. Si sdraiò sul letto, ripetendo a mente le parole dell’incantesimo, per timore di dimenticarle. Rimanevano solo il capello e le ciglia: li avrebbe recuperati quella stessa notte; il bagliore di luce solare scintillò vivace all’interno del suo AmorProprio. Attese il sorgere delle due lune prima di uscire dalla sua camera. Lilian dormiva profondamente e la camera di Lizzie non era tanto più lontana dalla sua. A passi felpati, indugiò lievemente sulla porta, prima di entrare. Karpò sonnecchiava tranquilla sotto il letto di Lizzie, rannicchiata come una bimba. Fortunatamente Jeannie ed Eloise si erano trasferite nella stanza accanto, per ragioni di comodità. Si avvicinò cauto: si era tolto volutamente le scarpe. Si rannicchiò al capezzale e la guardò, per l’ultima volta. I capelli le ricadevano scompostamente sul viso e la sua mano sinistra era vicino alla gola. Si era addormentata toccando il talismano. Delicatamente estrasse un capello sottile da una ciocca e lo tagliò con una forbicina. Lo intascò e si avvicinò ancora di più, molto lentamente. Una folata di profumo inebriante lo investì in pieno volto. Sapeva di amarla perché moriva di piacere sentendo il suo odore. Strinse forte gli occhi, sforzandosi di fare ciò che doveva. Con molta fatica tagliò una piccolissima ciglia superiore, riponendola dentro una fiala trasparente. La fissò ancora per un attimo e si chiese se…
Come preso da un moto incontrollabile, si accostò per la seconda volta al viso della ragazza più dolce che avesse mai visto e, sentendosi assalire da una folata di fiori, posò impercettibilmente le sue labbra su quelle di Lizzie. Un universo pieno di infinitesimali opportunità si aprì davanti ai suoi occhi, per poi dissolversi come era arrivato, quando uscì dalla camera, diretto in giardino. Lì l’aspettava Leila. Bellissima come sempre, il suo vestito bianco attillato disegnava perfettamente tutte le sue curve provocanti. Non appena lo vide, svolazzò al suo fianco e lo strinse in un abbraccio voglioso di carezze. “Piano” la scostò gentilmente Kai. “Dammi un attimo per preparare tutto. Stasera facciamo un gioco”. Leila sorrise maliziosa e cominciò a togliersi una scarpetta. “Mi mancava questo lato di te” lo punzecchiò mordendogli un orecchio. Kai, senza sorridere le chiese: “Posso bendarti?” quasi sicuro che lei avesse accettato qualunque cosa. “Mmmmm...” Kai prese un pezzo di stoffa che aveva preparato quello stesso pomeriggio e gliela legò stretta intorno alla testa riccioluta. Lei prese a ridacchiare e a muoversi intorno a lui. Fece volare la sua giacca e qualcos’altro. Kai sistemò sul prato le due castagne, le cento foglie verdi e le trentasei margherite appena raccolte. Prese il suo AmorProprio tra le mani: questo sprigionò il raggio contenuto al suo interno, illuminando il campo attorno a loro. “Kai! Cos’è stato? Hai acceso qualcosa?” “Zitta, Leila. È solo un fuoco!” sbottò lui, diventando di colpo nervoso. Il sorriso dell’Herbefixil si spense. Lui rimediò al suo errore baciandola lievemente sulla guancia e dandole un colpetto sul sedere. “Qualunque cosa dirò o farò, prometti di non interferire?” le chiese, cercando di sembrare più serio possibile, poiché vedeva che lei giocherellava con i bottoni della sua camicia. “Lo prometto!” cantilenò stupidamente lei e, aprendo le ali, svolazzò più vicino a lui. Kai aprì il libro delle Creature e diede una rapida visuale a tutti gli occorrenti da offrire in cambio della sua Cancellazione. Gettando un rapido sguardo a Leila, cominciò a recitare la formula: “Nulla due volte accade, né accadrà. Non c’è giorno che ritorni, non due notti uguali uguali, né due baci somiglianti, né due sguardi tali e quali. Così anche questo, sentimento di atroci sensazioni, non occuperà più il mio estro. No alle abolizioni, la mia vita non ha costrizioni. Non una volta il tuo nome ricorderò Per sempre dall’Amore il mio cuore libererò” Per una breve frazione di secondo nulla accadde. Attrasse a sé il corpo dell’Herbefixil e la baciò. Un bacio violento, pieno di rimpianto e di rabbia, per una sorte così ingiusta. Odiò sé stesso, la sua stirpe, il suo sangue, le sue origini, la sua nascita, odiò tutta la sua vita. Pianse amaramente, e mentre era ancora attaccato alle labbra di Leila, la luce solare risucchiò le foglie, i fiori e le castagne, assorbendo, inevitabilmente, anche metà del suo cuore. * Quando si svegliò, Lizzie si sentì particolarmente riposata. Si stiracchiò copiosamente, tanto da svegliare anche Karpò, e alzandosi si diresse verso il bagno, per la solita routine mattutina che ripeteva da quando era una bimba. Con un gesto accennato della mano, le lenzuola del suo letto si ripiegarono ordinatamente e un sorriso compiaciuto le increspò le labbra. Inavvertitamente però, il cuscino sfrecciò dritto fuori dalla finestra, mancando per poco di decapitare la gnoma, appena alzata. “Mi sa che il Sollevamento non l’hai ancora interiorizzato” commentò aspramente Karpò , sollevando un dito minaccioso. Il cuscino rientrò elegantemente dalla finestra per posarsi lievemente al suo posto.
“Non riesco a capire il movimento del dito” si giustificò Lizzie, guardandosi allo specchio, dopo essersi asciugata il volto. “Oddio” sussurrò terrorizzata rivolgendosi al suo riflesso: qualcosa nell’occhio sinistro non andava. Aggrottò la fronte: forse aveva bisogno di pulire le sopracciglia dai peli superflui. Del resto, erano settimane che non riusciva ad avere un po’ di tempo per sé. Distrattamente continuò a lavarsi, riflettendo sulla lunga giornata che era alle porte. Quel giorno, infatti, si sarebbe concluso il loro lungo addestramento e questo significava principalmente due cose: la prima e la più positiva, era la promessa di Karpò, la quale prevedeva il ritorno sulla terra per rivedere i suoi genitori terrestri. La seconda un po’ più impegnativa riguardava le missioni, poiché la terza foresta era ormai vicina. Si toccò l’AmorProprio. Non brillava, sembrava anzi meno lucente. Di buon umore e senza il solito peso al petto che la opprimeva da giorni, si diresse con un’insonnolita e brontolante Karpò verso la sala adibita per la colazione. Chiacchierando con Steve e Naira notò con piacere che gli animi si erano placati e tutti erano inspiegabilmente felici. Perfino Kai appariva più sereno e decisamente più simpatico. Il suo sorriso era smagliante: i suoi denti bianchi e affilati risplendevano di buon umore, tanto che le sue battute facevano sorridere perfino Eloise. Alla fine, sembra essersi ripreso. Il suo sorriso è la cosa più stupenda che abbia mai visto pensò Lizzie. Non penso sia una buona idea, intervenne Karpò, nei suoi pensieri. Lizzie la guardò, sollevando un sopracciglio. Cosa? Finse di non afferrare la dichiarazione della gnoma. Non penso sia una buona idea considerarlo come…ecco, come una possibilità. Ah. E perché no? Lizzie arrossì. Oh no. Il volto di Karpò si rabbuiò. Ti piace. Lizzie scoppiò a ridere. Tutti si voltarono a guardarla, divertiti. Mi spieghi perché no? Lui è una cometa nera. Cioè? È il nome della sua dinastia: comete nere. Non riesco ad afferrare. Loro non possono amare. La loro conversazione fu interrotta da un gran schiamazzare. La regina Arphìa era appena entrata seguita da due fanciulle. Una (e Lizzie provò un moto di odio puro nel riconoscerla) era Rowena; l’altra era un’Herbefixil e aveva un aspetto familiare. “Buon giorno ragazzi” salutò solennemente la regina e tutti gli gnomi si inchinarono, seguiti da Mairin, Naira, Jeannie e Kai. Lizzie, Eloise e Steve, impacciati, copiarono il movimento del capo che avevano fatto istintivamente i loro compagni. “Oggi queste due incantevoli fanciulle vi accompagneranno al vostro ultimo incontro con i Sapienti” sentenziò Arphìa. Il suo sguardo volò a sovrastare Lizzie: “Una la conoscete già, è la sorella di Kai. Lei è una Cosmogonica e controlla i quattro elementi naturali: Acqua, Terra, Fuoco e Aria. Si è offerta per mostrarvi come manovrare tali elementi con le vostre pietre”. Rowena avanzò di un passo e un ghigno soddisfatto le solcò il viso. Aveva ottenuto ciò che voleva e che aveva chiesto quella stessa sera in cui aveva scatenato l’inferno. “Lei invece è Leila, amica intima di Kai. Si è resa disponibile per praticare alcune lezioni di volo per Lizzie, Eloise e Steve”. “Lezioni di volo?!” Eloise pareva scioccata. Guardò Barney, che annuì comprensiva. “Sì. È risaputo, voi tre prenderete inevitabilmente le sembianze di elfi. La vostra natura è già nettamente in ritardo” fece la regina, sdegnata. Eloise la guardò torva ma, rimproverata tacitamente da Karpò, tornò a rivolgere alla regina un sorriso vezzoso. Lizzie riflettè: ecco chi era l’Herbefixil! La ragazza che una notte aveva intravisto appartata con Kai. Tutto era chiaro adesso. L’interesse di Kai verso Mairin nel chiederle consiglio su un posto all’aperto e il suo buon umore quella mattina. Era di certo felice che Leila venisse con lui alla MadreBlu. Il suo petto si sgonfiò, triste. Kai sorrise alla fata e le strizzò un occhio. Lizzie, invece, si sentì avvampare di rabbia, ma distolse immediatamente lo sguardo. Evidentemente si era illusa nel vedere gli atteggiamenti di Kai rispondere al suo desiderio di averlo. Deglutì e tornò a fissare sua madre.
Si concentrò su quanto tempo non parlava a quattr’occhi con lei. In effetti, aveva notato un certo distacco da parte di sua madre quando si informava sullo stato dei suoi addestramenti e sui particolari dell’ultima missione. Sembrava assente e intenta a fare qualcosa lontano dall’attenzione dei Prescelti. Lizzie si era accorta che anche a cena era silenziosa e la guardava di sottecchi, gustando lentamente il cibo. Forse era in pensiero per qualcosa. Lei non si era impegnata seriamente nel voler instaurare un buon rapporto con sua madre; forse perché la considerava come qualcuno che avrebbe potuto abbandonarla nuovamente. Nel suo intimo e in modo che neanche Karpò percepisse il suo pensiero, rispose alla sua anima: non si fidava della regina Arphìa. “C’è da dire che non tutte le roxis sono herbefixil. Come saprete una ragazza o un ragazzo prendono le sembianze di un’herbefixil o di un roxizil, solo se sono figli di genitori di specie diversa. Ciò accade infatti, quando la madre è un’herborella e il padre è un roxis” spiegò Leila più tardi, annodandosi un riccio ribelle tra le dita. Sbattè le ali e spiccò il volo, beandosi degli sguardi ammaliati di tutti i prescelti. “Non tutti diventano herbefixil o roxizil. Qualcosa potrebbe rallentarne la trasformazione. Un esempio siete voi tre” disse, indicando Lizzie, Eloise e Steve. “La vostra vera natura non si è potuta rivelare sulla terra, ovviamente. Tuttavia siete qui da mesi e i vostri poteri stanno già cominciando ad evolversi. Di conseguenza, la trasformazione avverrà a breve. Alcuni figli nati da questo incrocio decidono volutamente di non compiere la trasformazione. O di compierla, e di rimanere per metà Roxis e per metà elfi. Ciò significa che possono assumere entrambe le forme, quando e come vogliono”. “Pazzesco” commentò Steve affascinato. “A che età si diventa elfi?” Leila si posò lentamente su un gradino di pietra, afflosciandosi armoniosamente. “Questo non è stabilito. Si dice che ciò accada quando i poteri di una creatura diventano forti o ancora quando si è scossi da un importante avvenimento”. Naira e Jeannie si fissarono un po’ a disagio. Loro erano le uniche che non avrebbero subito la trasformazione. Lizzie poteva leggere una punta di invidia attraverso i loro pensieri. Fece un debole sorriso a Jeannie e le strinse la mano. “I poteri degli elfi sono molti. Sicuramente sono famosi per il loro contatto con le piante, i fiori e ciò che ne determina la riproduzione, come le api, le farfalle e altri insetti”. Lizzie sussultò ripensando alla radura, dove migliaia di farfalle erano comparse attorno a lei e a Kai, in un momento che mai più si sarebbe ripetuto. Un momento fuori dal tempo, un momento in cui sembrava quasi che la loro vita fosse connessa, o in qualche modo che l’uno non sarebbe riuscito a sopravvivere senza l’altro. Era una sensazione nuova per lei. Non si trattava di semplice attrazione fisica, ma di qualcosa che andava al di là del solito rituale di corteggiamento. Quasi come un sospiro, sentì il pensiero di qualcuno aleggiare nell’aria. Non devo pensarci. Alzò la testa così velocemente che per poco non urtò Eloise, ma nel frattempo Kai si era alzato di scatto e le dava le spalle.
“Kai! Cosa fai, dobbiamo ancora spiegare come aprire le ali…” cominciò stizzita Leila. Rowena aggrottò la fronte, puntando gli occhi verso qualcosa che luccicava tra l’erbetta. Con un tuffo al cuore, Lizzie si accorse che a Kai era scivolato l’AmorProprio dalla tasca. Steve immediatamente strizzò gli occhi per renderlo invisibile e il talismano scomparve. Lo sguardo di Rowena si paralizzò: si stava chiedendo dove fosse finito quell’oggetto, quell’oggetto che lei e suo padre cercavano da tempo. Lizzie poteva percepire ogni suo filo di pensiero e la ragazza parve accorgersene, poiché piegò le sue labbra in un falso sorriso, decidendo repentinamente di non aver visto niente. Il battito cardiaco di Kai accelerò e il suo colorito si fece pallido. Con un cenno del capo ringraziò silenziosamente Steve e Lizzie, turbata, tornò a fissare Leila. Poteva avvertire il respiro affannoso di Jeannie e lo strofinio delle dita di Eloise, nonché i pensieri preoccupati di Mairin e i brontolii di Naira, che volevano dire solo una cosa: Rowena non doveva sapere niente.

22. Se ci credi, puoi farlo
Nuovamente acqua: la quinta missione li aveva condotti in una spiaggia, dove la sabbia era sommersa da pietruzze piccole e ciottoli di ogni forma. Il mare era un po’ agitato e le onde sbattevano fresche sulla riva, generando spumosi flussi che disegnavano un contorno di alghe e conchiglie rotte. Il luogo, a differenza degli altri, appariva ristretto e il sole era sul punto di lasciare il posto alla notte: quel momento in cui il suo contorno ha abbandonato da pochi secondi la linea dell’orizzonte, per colorare il cielo di sfumature arancioni e dorate che mischiate all’azzurro del cielo, davano vita ad un quadro meraviglioso. Lizzie non fu la prima a notare che era la prima volta che giungevano in una foresta dopo il tramonto. “Anche se sulla terra era tarda mattinata, non scordiamoci che qui siamo su Syumphoc” fece Jeannie, un po’ tra sé e sé. In guardia, attesero che comparisse qualcuno; ad ogni foresta si era presentata una creatura diversa posta lì per fornire spiegazioni e indizi che avrebbero dovuto condurli più facilmente al Corallo, ma che erano stati appresi dalle sette punte malefiche. “Sono quasi sicura che non incontreremo nessuno qui, se non qualcuno delle sette punte nere” ammise Steve, dopo tre quarti d’ora passati a scandagliare la spieggia, in cerca del nulla. “Ma se Enea è morto…adesso saranno in sei” rifletté Jeannie. “Non so se Alea e Hymen sono morti. Li ho visti cadere sotto mano di Arphìa” s’inserì Lizzie. “Se sono morti, a questo punto rimangono Rowena, Marzia, Solerzius e…” “E Màlcatraz” concluse Kai, “la regina non fa parte delle sette punte. Vuole abbattere Màlcatraz per prendere il suo posto. Non si fida di lui”. “Quindi, secondo il tuo racconto, Màlcatraz non conosce le intenzioni di Arphìa, ma gli altri sei sì…”. Lizzie era perplessa. Perché la regina desiderava così tanto uccidere Màlcatraz? Kai annuì, anch’esso pensieroso. “Sentite anche voi?” chiese Lizzie, voltandosi in direzione del mare. “Cosa?” “Non ho sentito niente”. “Sento qualcuno suonare”. Si avvicinarono alla riva, ma dal mare giungeva loro solo il continuo sbattere delle onde. La melodia era dolce e già sentita, con andamento cullante e in minore; pensò a quando aveva potuto ascoltarla prima d’ora e se c’era un nesso con il luogo in cui si trovavano. Anche il fatto che poteva udirla solo lei, le fece pensare di averla già sentita. Con la memoria, ripercorse a ritroso gli ultimi mesi, durante i quali aveva avuto un pianoforte davanti. Aveva conosciuto il suo Custode proprio mentre stava suonando qualcosa. L’ultima volta, invece, si era verificata quando improvvisamente su un pontile, era comparso un pianoforte e aveva immaginariamente incontrato Sol. Solo in quel momento si rese conto che la melodia che le giungeva alle orecchie era sempre la stessa, e che voleva dire sicuramente qualcosa. “Ho già sentito questi suoni” disse d’impeto, cominciando a camminare freneticamente intorno a loro. “Eloise, ti ricordi quando mi hai sorpreso a suonare sul pontile?” “Sì, ma cosa c’entra?” “Stavo suonando questo!” e indicò il mare, allargando le braccia. I prescelti la guardarono storditi, non capendo. “Non sentiamo niente, Liz” spiegò timidamente Eloise, ma prese una mappa dalle mani di Mairin per fingersi interessata. “Deve esserci una spiegazione se l’ho già sentita!” continuò infuocata, senza che gli altri capissero l’importanza di ciò che stava spiegando loro. “Hai appena detto che non sai di cosa si tratta” fece Naira, un po’ irritata dall'insistenza di Lizzie, mentre cercava di accendere un fuoco: aveva fatto una piccola collina con la sabbia e vi aveva posto sopra la sua pietra violacea. Una fiammella strimpellò poco dopo e lei, soddisfatta, tornò a guardare la compagna. “No, non lo so, ma…aspetta” andò verso Jeannie e Mairin che erano chine sulle mappe e prese a caso un foglio e una matita. Si chinò sulla sabbia e cercando una piattaforma dove poteva sedersi a scrivere, si isolò dai prescelti, in modo da ascoltare attentamente ciò che stava sentendo. La sua mano guidava semplicemente ciò che la mente le suggeriva, per poter scrivere nella lingua della musica ciò che le onde del mare stavano dicendo. Come in uno stato di trance, ricopiò sul foglio due pentagrammi e cominciò a segnare le alterazioni in chiave e le note della melodia. Istintivamente poi, scrisse il basso e continuò per l’intero foglio, fino a quando non capì che la melodia poteva ripetersi all’infinito, essendo nella stessa tonalità. Concluse quindi la sua composizione con un arpeggio di semiminime che sanciva la fine del brano. Si alzò soddisfatta, dando un’ultima occhiata alla sua creazione, prima di ripiegarla accuratamente e nasconderla sotto la sua pelle di Serfices. In quel momento, si girò e si rese conto che era sola. I suoi compagni erano letteralmente spariti; rimanevano adagiati sulla sabbia solo gli zaini e gli oggetti che avevano in mano. “Dicevo io che ne mancava una!” squittì una voce sconosciuta, da donna. Lizzie si voltò, cercando di individuare dove si trovasse. Strinse la pietra e invocò il suo Custode: all’istante, apparve suo padre che, guardingo, si sistemò davanti a lei. Ad un certo punto le venne in mente che poteva chiedere a lui cosa significasse la melodia. Solo un secondo dopo si rese conto che, la figura del padre non era reale, ma solo una protezione magica, e pertanto non era in grado di parlare. “Chi sei?” gridò Lizzie, cercandola tra le alture dei pochi alberi che circondavano la spiaggia. Ed eccola che finalmente comparve: era alta e robusta e il suo abbigliamento era medievale, fatto di cinture di pelle e stivaletti in camoscio. Aveva due spade ad entrambi i fianchi e i capelli rossastri le frustravano il volto conferendole un aspetto ancor più grottesco; le ali marroni da uccello dietro la sua schiena, grandi e aperte, a sovrastare lo spazio attorno a lei. Un alito di vento sopraggiunse dal mare, fino ad investire la spiaggia, i cui granelli cominciarono a vorticare furiosamente. Lizzie si coprì il volto con le dita, mentre cominciava a piovere. “Penso che i tuoi amici vogliano il tuo aiuto” disse la donna, indicando il cielo dietro di lei. Mentre si voltava a guardarli, il terrore la sopraggiunse: nel cielo ormai scuro della notte, si intravedevano cinque linee di fumo, simili a quelle che lasciano gli aerei nei cieli terreni. Su ogni linea, impiccati da corde invisibili, giacevano i suoi amici, privi di sensi. Lizzie d’istinto, si voltò e si scagliò con violenza sulla donna: questa allargò le braccia prima che lei la sopraggiungesse e una raffica di vento scaraventò la ragazza dieci metri più lontana. Con stupore e panico mischiati insieme, si accorse che il suo custode era svanito nel nulla. Guardò nuovamente in direzione del cielo e si accorse che mancava qualcuno: Kai non c’era. L’orrore le paralizzò il volto. Strinse il talismano e provò a chiamarlo, ma era tutto buio e non si distingueva niente. Cosa avrebbe potuto fare lei da sola? I suoi amici erano intrappolati, o forse morti. Inspirò profondamente e si alzò, per fronteggiare nuovamente quella che aveva riconosciuto come Marzia, dalle descrizioni che Kai le aveva fornito. Tuttavia ciò che vide, le riempì il cuore: la ninfa era intrappolata dalle braccia di Kai e stava agonizzando sotto la stretta del giovane, che impiegava tutte le sue forze per strozzarla. “Ma cosa…?” Kai non era Kai. O meglio, lo era, ma non era il Kai che conosceva. Si avvicinò piano, per distinguere meglio la sua figura. Lui era cambiato: il volto era bianco e gli occhi più scuri del solito.
Le orecchie gli erano cresciute e somigliavano molto a quelle di Karpò. I capelli, neri e scombinati, erano un po’ più folti e le sue spalle più ampie. I pettorali si erano gonfiati, insieme ai muscoli delle braccia che adesso stringevano il collo di Marzia. La cosa più sconvolgente fu però, vedere che gli erano spuntate un paio di ali. Non erano come quelle della regina Arphìa o di Leila, piuttosto sembravano quasi più simili a quelle marroncine di una falena, seppur leggere e non pesanti come quelle della ninfa. “Devi trasformarti, Liz!” le gridò Kai, ma sembrava più un ordine che una richiesta. Lei strabuzzò gli occhi: “E come credi che possa riuscirci?” “Non riuscirò a tenerla qui per tutta la notte!” fece lui, lottando contro i poteri di Marzia, che stavano riaffiorando. La sabbia ai loro piedi cominciava ad agitarsi. “Trasformati e libera gli altri!” Lizzie mandò un’occhiata fugace al cielo, ma gli altri prescelti erano ancora immobili e appesi per la gola; lei, sconcertata, cercò di canalizzare tutte le sue energie e i suoi poteri a un unico e solo obiettivo: salvarli. Ma i secondi scorrevano, Kai lottava con Marzia senza fermarsi un attimo e Lizzie cercò di ricordare con tutte le sue forze quella breve ed inutile lezione che aveva tenuto Leila, su come trasformarsi. Si rese conto, quasi subito, che ovviamente non aveva detto niente di concreto, perché la regina li aveva, anche in quel caso, ingannati, creando una sorta di copertura per spiarli. Dopo pochi minuti si accorse che mai ci sarebbe riuscita. Guardò costernata il corpo di Eloise, privo di sensi, la testa che penzolava e le mani scompostamente rivolte verso il basso; Naira aveva perso il suo colorito violaceo e tendeva a diventare di un rosa pallido con gli occhi chiusi e la lingua quasi fuori dalla bocca; Jeannie era quella che ancora non si era arresa e divincolava le gambe furiosamente, mentre teneva le sue dita strette alla corda. I suoi occhi erano colmi di lacrime e anche se non poteva parlare, Lizzie riusciva ugualmente a sentire i suoi pensieri: Aiutami Lizzie…aiutami. Se ci credi, puoi farlo. Una forte scarica di adrenalina le polverizzò l’ultimo brandello di paura che le era rimasto in corpo. Sentì che i suoi vestiti si stavano lacerando e che le gambe quasi cedevano sotto il suo stesso peso. La sua schiena si inclinò all’indietro e sentì le ossa della gabbia toracica spostarsi uno ad uno, per lasciare posto a due aperture alari di grandi dimensioni. Mentre urlava di ciò che per lei era spavento e terrore, si sentì tirare per le orecchie, come se qualcuno la stesse sollevando aggrappandosi ad esse. Ma niente di tutto questo stava accadendo…l’ammasso di capelli che le erano improvvisamente cresciuti, la fece quasi scivolare nei suoi stessi piedi. I vestiti si strapparono e il suo corpo si denudò sotto la luce delle due lune che, tra le nuvole, disegnavano i contorni di quella scena surreale. Uno sguardo alla sua pelle di Serfices e un lenzuolo candido la ricoprì tutta, fasciandone perfettamente il corpo. Con un movimento del tutto naturale che la stupì immensamente, fece un piccolo balzo, allo stesso modo di un leone pronto ad attaccare: le ali, che non poteva vedere, le sue ali, si aprirono grandi e leggere, per sollevarla in pochi secondi di una trentina di metri. Qualcosa le fece pensare di non guardare giù, ma niente come in quel momento le sembrava tanto più facile di volare. Un universo di possibilità si aprì davanti ai suoi occhi e un grido di innata felicità dipinse la freschezza di quel momento così spontaneo che non avrebbe mai creduto si potesse avverare. Sferzò l'aria davanti a sè e ne respirò l'essenza: si accorse in quell'istante che era nata per fare questo. Come in un sogno, raggiunse le lunghe linee dove erano stati imprigionati i suoi amici, prediligendo Jeannie per prima, dato che era (e questo lo pensò con un sussulto al cuore) ancora viva. Lei si teletrasportò all’istante sopra uno scoglio, tossendo ripetutamente. In ordine, liberò prima Steve, che stava nella seconda linea, Mairin nella terza e poi giunse da Naira ed Eloise, che erano appese nelle ultime due. Con terrore, solo quando riportò tutti a terra, si rese conto che le linee formavano un pentagramma. Kai stava ancora armeggiando con Marzia e nel momento in cui vide lei estrarre un pugnale, Lizzie desiderò con tutta se stessa che il suo corpo si congelasse. Un ammasso indistinto di acqua si sollevò dal mare e galleggiò, fluttuando, dritto verso la ninfa. Con uno scroscio pesante, l’acqua si scagliò verso di lei, trasformandosi in ghiaccio e immobilizzandola al suo interno. Kai, sfinito e ansimante, andò verso di Lizzie e la prese tra le braccia, per lasciarla quasi subito e guardare in direzione di Jeannie. “Vado a prenderla io, raduna i corpi” e spiccò il volo verso lo scoglio, dove Jeannie si era accasciata. Kai la sollevò piano e se la mise in spalla, ritornando dopo pochi istanti nel punto in cui lo aspettava Lizzie. Jeannie, ancora tremante e tossicchiante, prese la pietra e tese le mani a Kai e a Lizzie; loro avevano sistemato a cerchio gli altri e legato le loro mani con un incantesimo. “Non capisco perché non funziona!” sibilò Jeannie. E in effetti era così: la pietra color magenta non si era ancora illuminata e stranamente un forte vento stava agitando le acque del mare fino a farle avanzare pericolosamente verso di loro. Jeannie sussurrò qualcosa alla sua pietra, la strinse forte al petto e la fece galleggiare a mezz’aria davanti ai suoi occhi. Ancora una volta, niente morsa all’ombelico, niente vertigini e formicolio alle gambe. Il teletrasporto non funzionava. “Ci sarà qualcosa che ci impedisce di tornare!” “Forse ha a che fare con quello che dovevamo riuscire a prendere prima di andare via!” urlò Kai, sovrastando l’ululato del vento e il fragore delle onde. “Tutto ciò che potevamo prendere, è già in possesso delle punte nere!” fu la risposta di Lizzie. “COME FACCIAMO CON LORO, OGNI MOMENTO CHE PASSA POTREBBE ESSERE LETALE!” Jeannie era in preda al panico. Si prostrò accanto ad Eloise e cominciò a scuoterla. Stessa cosa fece Kai con Mairin e Lizzie si avvicinò a Steve e a Naira. Niente poteva aiutarli, l’unica in grado di compiere magia per rimarginare ferite era la riviolones, che aveva uno dei doni degli gnomi, ovvero la cura.
“Non credo sia essenziale che vi disperiate così” fece una voce, rimbombando in tutta la spiaggia. Il mare stava quasi raggiungendoli, come guidato dalle lune che suggerivano un’alta marea innaturale. Si voltarono e un brivido li percorse per tutta la colonna vertebrale. Se non era un centauro, e se Kai non riconosceva in lui suo padre... “Non dovrebbe venirvi difficile immaginarvi chi sono”. “Màlcatraz” disse Jeannie e immediatamente puntò la sua pietra verso la figura incappucciata davanti a lei. Un getto di luce colpì il corpo dell’uomo massiccio che avevano davanti, senza spostarlo di un centimetro. “Credo che ormai i vostri amici siano morti. In effetti non so come tu abbia fatto a non morire” continuò Màlcatraz, anche se il suo volto non era ancora visibile. L’unica parte del suo corpo ancora distinguibile erano le mani, massicce e piene di vene sollevate e pulsanti. “Cosa vuoi da noi?” fece Kai guardingo, sollevando entrambe le mani per schermare in qualche modo Lizzie e Jeannie. “Credo che tu lo sappia già” fece Màlcatraz, senza muoversi. Lizzie, terrorizzata, si portò una mano al collo. “Esatto, dolcezza. Dammi quella stupida pietra e non ti torcerò un’ala”. Kai estrasse il pugnale corallino e lo puntò in direzione di Màlcatraz. “Credo che tu prima debba sapere qualcosa, zio”. Màlcatraz scoppiò a ridere. “Niente di tutto quello che potrai dirmi, mi convincerà a lasciarti in vita. Dammi il tuo talismano e forse ti risparmierò”. “Non capisci, sei sotto un incantesimo. Arphìa e gli altri cospirano contro di te, perché siamo collegati”. “Evidentemente era una copertura. Sei sempre stato poco sveglio” confidò Màlcatraz come se fossero seduti al bar, davanti ad un aperitivo. “Uno scambio, allora” intervenne Lizzie, la voce che tremava. “Libera i nostri amici, so che non sono morti. Fallo e ti consegneremo gli AmorProprio”. “Liz…” cominciò agitato Kai, ma lei lo zittì con un’occhiataccia. “Accetti?” “Non si negozia con me”. “Ti hanno mandato qui per eseguire un ordine. Possiamo aiutarti, e lo faremo, se tu aiuterai loro”. Màlcatraz parve pensarci, perché non parlò né sollevò lo sguardo di un centimetro, mentre lo sguardo dei tre era puntato su di lui. “Prima ne voglio uno” fu la sua risposta definitiva. “D’accordo” concesse Kai e con il pugnale strappò, per la seconda volta, la corda che teneva legato il suo AmorProprio al collo e glielo lanciò.
“L’altro” lo avvisò, “lo avrai quando i miei amici saranno tutti svegli”. Màlcatraz lo prese al volo e con quel gesto che compì il suo corpo, il cappuccio si scostò per un attimo, rivelando un naso prorompente e un cipiglio nero. Piano piano, un rumore di vestiti che strusciavano, rivelò a Lizzie, Jeannie e Kai, che qualcuno stava tornando a muoversi. “Liz?” fece la voce di Eloise, interrogativa e dubbiosa. Anche Mairin si era svegliata e stava aiutando Naira ad alzarsi. Un gelido anelito li investì e capirono che Steve aveva ripreso i sensi, proteggendoli con il suo scudo. Non potete dargli l’altro AmorProprio. Era Jeannie e stava guardando Lizzie. Lei scosse la testa impercettibilmente, per evitare che la tresdil muovesse anche solo un dito. Ha una trappola. Dopo che gli daremo l’AmorProprio, sarà pronto a fare qualcos’altro. Era stato Kai a pensare questo e ciò la scosse ancor di più. In effetti, Màlcatraz continuava a pensare ininterrottamente ad un’unica e sola immagine: la tastiera di un pianoforte. O, almeno, era ciò che riusciva a vedere Lizzie nella sua mente. Se solo avesse potuto guardarlo negli occhi, avrebbe potuto anticipare ogni sua mossa. “Datemi l’altro” disse con durezza Màlcatraz, rompendo la bolla di silenzio che si era creata tra lui e i prescelti. Un fruscio alle loro spalle attirò l’attenzione dello stregone, che alzò un po’ il mento per guardare dietro le spalle di Lizzie e Kai. Anch’essi si girarono, evitando bene di non perderlo d’occhio, ma ciò che videro li dissestò, restituendo loro quel senso di sicurezza che avevano perso mettendo piede nella quinta foresta. Davanti a loro, perfettamente trasformati in Herbefixil e Roxizil, c’erano Mairin, Eloise e Steve. Quest’ultimo era diventato ancora più alto e le sue orecchie elfiche gli conferivano un’aria più malvagia e attraente allo stesso tempo. Avanzò con un balzo fino a spostarsi alla velocità di un fantasma accanto a Lizzie. Stessa cosa fecero Eloise e Mairin , mentre Jeannie e Naira indietreggiarono, per fare posto alle loro enormi ali. “Mossa astuta, lo ammetto. Cinque elfi contro uno” fece Màlcatraz, senza scomporsi. “Tuttavia, mi sono avvalso della facoltà di fare qualche modifica all’incantesimo che custodiva la quinta missione”. Eloise respirava in maniera esageratamente forte, effetto dato dall’ansia che provava: cominciò per questo a strofinarsi le mani nevroticamente, proprio quando Màlcatraz cominciò ad avanzare verso di loro. “Non credo che dovresti farlo” lo avvertì Kai, uscendo fuori i denti, come una iena che è pronta a fare a brandelli la sua preda. “Invece credo di sì” sorrise Màlcatraz e in quel momento il cappuccio cadde all’indietro, rivelando un volto scavato da cicatrici e rughe; un viso consumato dal fuoco, a giudicare dalle chiazze di diverso colore che la fronte mostrava. La bocca aperta ad un sorriso splendente e bianchissimo, emise un gemito, quasi come un lamento. Alzò le braccia al cielo e si voltò verso il mare, invocando il potere delle sue onde. La riva cominciò ad espandersi e l’acqua del mare ad avanzare ancora verso di loro: gli scogli ai lati della costa vennero sommersi interamente dalle onde. Màlcatraz si sollevò da terra pur non avendo ali e scomparve. Lizzie ed Eloise avevano sollevato Jeannie per le braccia, e stavano agitando freneticamente le ali per non bagnarsi sotto l’acqua, che adesso stava cominciando a formare onde sopra i dieci metri. L’acqua non era trasparente, ma appariva bianca, ma forse l’effetto era dato dalla luce perlacea delle lune e li avvolse tutti, non risparmiando nessuno. Il vortice che li travolse, formò una nuova striscia di mare orizzontale che li scaraventò verso degli allungati massi neri. Lizzie si destò, sputando e cercando di capire dove si trovassero. Il litorale appariva ora lontano e lei era seduta su una battigia bianca e nera. Solo guardando più chiaramente, si rese conto di essere sopra una scatola che traballava e che somigliava ad una scala bianca e nera. Eloise si mosse dietro di lei e quando fece per alzarsi, inciampò su un gradino nero e finì col sedere sopra un’altra scatola, che produsse un suono sordo e lungo. Anche gli altri si erano alzati e stavano camminando incerti sopra quello strano pavimento immerso nel mare e che galleggiava come un lungo transatlantico. “Non posso crederci!” squittì Naira, cominciando a saltellare sopra un gradino bianco. Lizzie, con sorpresa e meraviglia, spiccò il volo, sbattendo le ali per rimuovere l’acqua che le aveva inzuppate. Si immobilizzò davanti a quello che la vista dall’alto le restituiva: erano atterrati sopra una tastiera gigante, perfettamente riprodotta come se il mare fosse la cassa armonica, contenente le corde e i martelletti di un enorme pianoforte. Lo stupore iniziale colpì tutti, tranne Kai. “Hai detto di sentire qualcosa quando ci siamo teletrasportati qui” disse, cercando di recuperare l’elsa della spada che si era incastrata tra un tasto nero e uno bianco. “Sì” rispose Lizzie e immediatamente si ricordò di ciò che aveva scritto: sollevò la pelle di Serfices infradiciata d’acqua e ne estrasse il foglietto piegato in otto. Delicatamente lo scartò, sperando che la matita non si fosse scolorita con l’acqua del mare. Poco dopo giunse Jeannie accanto a Lizzie, che passò una mano sopra il foglio. Questo si asciugò all’istante e la carta prese ad evaporare, mostrando chiaramente i segni tracciati da Lizzie. “Non so bene cosa c’entri, ma questo è un pentagramma. Ho riprodotto esattamente la melodia che ho sentito. Credo che non ci siano errori...” Lizzie la porse ad Eloise, che era l’unica del gruppo a conoscere la musica. Gli altri prescelti non conoscevano la notazione musicale dei terrestri e intendevano la musica come uno spirito naturale che aleggia intorno a loro e che non ha bisogno di segni e convenzioni per essere riprodotto. “Jeannie, prova ad usare la pietra” ordinò Kai, d’un tratto. “Credo che i tuoi modi di chiedere qualcosa, dovrebbero migliorarsi” replicò seccata Jeannie. “Avrei potuto lasciarti annegare e questo dovrebbe bastarti” fece distrattamente Kai. La tresdil lo fulminò all’istante, ma fece esattamente ciò che le aveva chiesto Kai. Prese la pietra e la sollevò all’altezza dei suoi occhi castani. “No. Non mi dà ancora segnali. Non possiamo andare via di qui”. “Allora credo che dovremmo riprodurre esattamente quello che ha scritto Liz” dedusse Kai, sospirando come se avesse passato una lunga giornata di lavoro seduto ad una scrivania e ne avesse abbastanza di tutto questo. “Non vedo come potremmo fare” s’inserì scettica Mairin, specchiandosi su un tasto bianco. Continuava a guardarsi le ali e a sistemarsi i lunghi capelli castani che le erano cresciuti fin sotto il seno. “Se è l’unico modo per uscire vivi di qui, dovremmo provare” disse rassegnato Steve. “Potrebbe essere uno sforzo inutile e non so neanche se abbiamo più possibilità…” “Perché, vuoi dire che non potrebbe essere semplice?” chiese Naira. “Non è affatto semplice!” si scaldò Lizzie. “Come faccio a dirvi che tasti dovete suonare…come faccio a spiegarvi il momento in cui dovete spostarvi o il tempo che dobbiamo ottenere?” “Dimentichi che adesso abbiamo le ali” affermò Kai. “E che anche io conosco la musica…” dichiarò fiera Eloise. “Sì, ma Jeannie e Naira non possono spostarsi…la lunghezza di questi tasti è pari ad un mio braccio, non possono saltare in tempo per prendere le note! Aaaah stiamo parlando di assurdità!” Si scostò i capelli dagli occhi e si sedette, infuriata, su quello che doveva essere un mi bemolle. “Continui a credere che tutto questo sia assurdo” disse Jeannie, rompendo il silenzio. “Ma quando capirai che niente è come te lo ricordi tu e che adesso sei un’herbefixil?” La sua voce aveva raggiunto una sfumatura di ribrezzo durante il corso della frase e adesso fissava Lizzie con sguardo impaziente. La sua lieve invidia nel voler diventare una fata, stava raggiungendo livelli sempre più alti. “E non pensare che sia invidia la mia!” la rimbeccò puntualmente Jeannie, come se le avesse letto nel pensiero, anche se nel profondo Lizzie sapeva che non ne era capace. “Se non ti senti interamente una di noi, una del nostro mondo, forse dovresti rivedere ciò che vuoi veramente, perché con i tuoi comportamenti non ci è più tanto chiaro!” Lizzie, immobile, la fissò, stringendo il labbro inferiore e cercando di controllare la rabbia che le stava montando in corpo. “Ragazze…un attimo, non vogliamo litigare proprio adesso…” Steve si era intromesso tra di loro. Anche Eloise aveva fatto un passo avanti, poggiando impercettibilmente una mano sulla spalla dell’amica. “Pensate tutti quello che ha appena detto Jeannie?” chiese, guardandoli uno per uno. Nessuno abbassò lo sguardo, neanche Eloise. Sapevano perfettamente che lei poteva scegliere quando e come spulciare tra i loro pensieri. “Sai che non è così” le sussurrò piano Kai dietro di lei. Il suo alito caldo la fece sussultare e un po’ di rabbia sfumò. “Non ci rimane altro che provare” continuò Kai, girando attorno al corpo di Lizzie per guardarla negli occhi. Le prese un braccio, quello in cui teneva ancora la partitura scolorita. “Dicci cosa dobbiamo fare e lo faremo”. Nel giro di pochi minuti, Naira era riuscita a fare un incantesimo che collegava tutte le nozioni musicali, apprese da Lizzie ed Eloise, alle menti degli altri prescelti, in modo che, quando avrebbero ricevuto gli ordini da Lizzie, avrebbero potuto spostarsi più facilmente sulla tastiera. Jeannie e Naira, dato che non potevano volare, si sarebbero mosse minimamente, occupando i registri bassi della tastiera e le note che fungevano da pedale*. Lizzie divise la parte armonica tra Mairin, Steve e Kai, mentre della linea melodica potevano occuparsi lei ed Eloise. Tutto poteva risultare semplice, se solo lei ci avesse creduto…

[*Le note "pedali", sono note di lunga durata che si trovano quasi sempre nel registro basso e che sotengono l'armonia di un determinato brano.]

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Hocus Pocus
Piper Demonia Hale

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